Omelie di don Marco
Archivio anno 2026
Archivio anno 2026
III domenica di Quaresima - 8 marzo 2026
Sorgente per la vita eterna!
Gesù e una donna straniera, sguardi che si incrociano, sguardi che vanno dritti al cuore: schemi ribaltati. Impensabile un Rabbì che si ferma a parlare con una donna; ma Lui è libero! Il Maestro non sta su una cattedra, o su un trono, non mantiene le distanze, lui che ha annullato la distanza tra il cielo e la terra: solo il muretto di un pozzo li divide, ma ben presto li unirà.
Gesù ha uno sguardo privilegiato per le donne, comprende la loro sensibilità, la dolcezza ma anche la sofferenza e le rivolge l’invito: "Dammi da bere!" Il Figlio di Dio non ha vergogna di mendicare un sorso d’acqua, Lui l’acqua viva per la vita eterna! "Vai a chiamare colui che ami". Il livello si alza, o meglio si approfondisce.
Gesù non istruisce processi, non giudica e non assolve, va al cuore. Non cerca nella donna indizi di colpa, ma la difende da tutti gli sguardi accusatori, cerca frammenti di bene; e parte da quelli per donarle l’acqua viva.
Chissà, forse quella donna ha molto sofferto, forse abbandonata, umiliata per ben cinque volte. Forse ha il cuore ferito. Forse indurito, forse malato. (Noi siamo capaci di immaginare quanto può aver sofferto un fratello che si è comportato male?) Ma lo sguardo di Gesù si posa non sui peccati della donna, ma sulla sete di amare e di essere amata.
Non le chiede di 'darsi una regolata’' non le punta il dito addosso prima di affidarle l’acqua viva; non pretende nemmeno di decidere al posto suo, il suo futuro. Lui è il Messia che non si sostituisce, non pretende, è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto. E a mostrare da dove sgorga quell’acqua viva!
Lui è maestro di nascite, e di ri-nascite! Non rimprovera, offre e si offre: se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice "Dammi da bere". Fa vedere la bellezza che c’è ancora nella donna, quella bellezza che nessuno mai le aveva riconosciuto: solo la bellezza del corpo interessava ai suoi 5 amanti; Cristo è il solo a mostrarle la sua bellezza 'dentro', nel cuore. Lui è il solo che tira fuori il meglio di noi: anche noi abbiamo tanti amanti che tirano fuori il peggio di noi!
"Io ti darò un’acqua che ti permetterà di diventare addirittura sorgente per i tuoi fratelli!"
Gesù: lo ascolti, ti disseti con la sua acqua viva e nasce in te una fonte che zampilla per la vita eterna. Per gli altri. Per il mondo!
Non le servirà più la brocca, tanto preziosa prima, ora diventa inutile: una fonte che zampilla per la vita eterna non ha bisogno di brocche d’argilla ma ha bisogno di cuori generosi, di sguardi accesi, di mani strette, di abbracci ora vietati, di cui solo ora comprendiamo la preziosità!
E dopo quell’incontro, attorno alla samaritana nasce una comunità di discepoli, di credenti stranieri. "Venite a vedere, c’è un Maestro al pozzo uno che ti dice tutto quello che c’è nel cuore, che mi ha illuminato la vita e scaldato il cuore: non ho mai incontrato un uomo così! Non condanna, salva; non accusa, perdona; non chiede, regala. Solo ora ho capito i miei sbagli ma senza rimpianti: da ora la mia vita rinasce".
La donna si è lasciata trasformare da quell’incontro, da quel pozzo, da quell’acqua: noi invece ci teniamo ben distanti da lui, abbiamo imparato l’arte di neutralizzare la sua acqua, di rendere innocua la sua Parola, l’arte di rimandare a domani, tutto sempre a domani. Invece l’incontro con lui è sovversivo, è potente, non lascia nulla come prima!
O Signore, maestro, acqua viva: perdona se scappiamo via dal tuo pozzo, ci fa paura la tua proposta forte e alta. Accampiamo mille scuse, il lavoro, il tempo, gli impegni. Distratti e persi, vaghiamo senza meta. Scava dentro di noi un pozzo, profondo, solido: e poi fa’ che lo riempiamo non delle solite nostre parole e cose inutili ma di Te, della tua Parola, del tuo sguardo fraterno. Noi stessi diventeremo acqua viva, parole, gesti, abbracci, sorrisi per chi è alla deriva: e sarà comunità, sarà incontro, sarà lo squarcio della luce sul Tabor, sarà inizio della Pasqua vera, sarà fine di un incubo, sarà salvezza, sarà finalmente festa per sempre.
II domenica di Quaresima - 1 marzo 2026
In disparte
Secondo passo, seconda tappa: dopo il deserto, la crisi, la tentazione e il rifiuto di Gesù a seguire il tentatore, oggi anche noi sul monte Tabor siamo invasi da quella luce, abbagliati, affascinati.
La prima lettura ci introduce oggi e ci parla di Abramo vecchio, senza figli, senza speranza né futuro al quale Dio lancia un invito, una sfida, una promessa. "Parti, vai, non fermarti, la tua chiamata è alla partenza. Lascia la tua terra, sei fatto per altri orizzonti, sei fatto per altre terre, sei fatto per non legarti a una terra perché sei cittadino del cielo; vai a piantare alberi e gettare semi in altre terre perché io ho grandi progetti su di te e su tutto il mio popolo".
E lui parte, non dubita come facciamo noi a volte ispirati dal tentatore del deserto ma parte senza sapere dove, perché, quando; parte grazie a una chiamata e a uno slancio del cuore.
Alla settimana comunitaria con i ragazzi, abbiamo invitato a raccontare la sua storia un ragazzo africano della Guinea, Ismail che intorno ai 25 anni decide di partire verso l’Europa, fuggendo da contrasti e mancanza di lavoro e futuro, con pochi soldi, senza una meta precisa: solo tanto coraggio e tanta speranza nel cuore; dopo il deserto, la fame, la prigione libica è riuscito a raggiungere l’Italia, è seguito dalla Caritas, abita con altri amici, ha un lavoro part time. La vita come una continua partenza, come Abramo.
Anche verso il monte Tabor, Gesù parte con Pietro, Giacomo, Giovanni: parte per mostrare loro la luce vera che è Dio. Gesù prepara i suoi alla croce, alla sua morte, al tempo della prova, della disperazione; come se dicesse loro: "Non abbiate paura, ecco dove siete diretti ecco solo un bagliore della luce, della speranza, della felicità che Dio prepara pe r voi; non abbiate paura anche se prima dovrete passare per la fatica, il dolore, la sconfitta: solo attraverso la croce si giunge alla vera Pasqua, quella che Dio prepara per ciascuno di noi".
Gesù li porta in disparte, sul monte, li prende con sé: vuol portare anche noi in disparte, solo noi, per sussurrare al nostro cuore parole vere che ci ridanno vita. Vuol dire anche a noi: "Non aver paura"; tante paure abbiamo nel cuore, tanti dubbi sul futuro di figli e nipoti, sul lavoro, sulla pace che è sempre più lontana, su tutto ciò che scompiglia il nostro cuore e lo rende inquieto.
Anche noi allora vogliamo lasciarci affascinare da quella luce, da quella bellezza, da quel Dio che sembra tanto lontano ma che in realtà è dentro di noi: lo vogliamo ascoltare, come afferma la voce, lo vogliamo seguire e amare come lui ama noi.
Vogliamo invocarlo come Pietro: "Signore è bello stare con te", è bello ascoltarti, cercarti, ascoltare il tuo invito: è bello a tal punto che non vorremmo scendere nella valle. Come una sera d’estate con gli amici veri, come un abbraccio con la persona che ami, come un ritorno a casa dopo lunga assenza, come il pranzo di Natale, come un sorriso della persona con cui avevi litigato.
La Chiesa non ha mai avuto un bel rapporto con la bellezza, le cose belle, le persone belle: ha sempre collegato la bellezza a satana, al demonio, invece sul Tabor domina la bellezza, quella che non passa, quella che ti conquista, quella che viene da Dio, quella che è Dio.
Vogliamo essere inondati anche noi da quella bellezza, e portarla giù, in mezzo agli altri, là dove c’è meno vita, meno speranza, meno gioia, nella valle dove a volte prevale tristezza e dolore, dove si fatica a far crescere il seme della fede e della gioia di seguirti.
O Signore, bellezza infinita, portaci in disparte sul monte, portaci con te, perché solo tu allontani le tenebre del cuore ci inondi della luce di Pasqua: in qualche deserto, rendici capaci di accogliere la tua bellezza, lasciarci trasfigurare e portare, come nuove Veroniche, la tua vera immagine là dove viviamo.
I domenica di Quaresima - 22 febbraio 2026
Nel nostro deserto
'Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia!'
Iniziamo così questa Quaresima, non tanto orientati su che cosa togliere ma su che cosa aggiungere, non tanto su che cosa fare ma su cosa diventare, non tanto contando i nostri peccati ma lodando la Grazia e l’Amore di Dio infinitamente più grande delle nostre colpe, non tanto lamentandoci per la zizzania che c’è nel mio campo e nel mondo ma esaltando Dio seminatore sapiente che non fa mai mancare il suo grano, non tanto cercando chissà quali rinunce e sacrifici ma aprendo il cuore allo Spirito, non tanto aggiungendo altre parole e preghiere ma facendo spazio alla Parola, non tanto chinando il capo per ricevere le ceneri ma alzandolo per vivere da credenti nel mondo, non tanto digiunando dal cibo ma da pensieri tristi, egoistici, e senza speranza.
Siamo fatti di polvere ma di polvere di stelle.
Non a caso la Quaresima inizia con un brano di Matteo che ci conduce nel deserto, insieme a Gesù, spinto dallo Spirito: per orientarci, per insegnarci l’essenziale e per lasciar perdere le mille preoccupazioni ma aggiungere l’incontro con Lui, per fare le scelte, quelle giuste.
Le 3 tentazioni le conosciamo bene perché in fondo ci appartengono e perché affrontano i grandi inganni della vita: il pane, il dio a nostra misura, il potere.
La prima, il pane: ci illudiamo che ciò che possediamo, che acquistiamo, i beni, la vita del corpo, ci garantiscano serenità e felicità: dimentichiamo che siamo anche spirito, che le cose ma nemmeno le persone possono riempire il vuoto e il desiderio di infinito che abita in noi. 'Non di solo pane vivrà l’uomo'.
La seconda: un dio a mia immagine. Pensiamo di conoscere la strada per la felicità e tutti devono rientrare nei nostri schemi, persino Dio e gli diciamo cosa deve fare per noi. Siamo noi dio di noi stessi e Lui deve obbedire alle mie richieste. Siamo vittime di questa tentazione se la nostra preghiera non diventa vita concreta, se non diventa gesti di affetto, di perdono, di fiducia, se non cambia mai nulla, se diciamo 'Non tocca a me': ecco se la fede non diventa vita, allora siamo schiavi di questa tentazione. 'Non metterai alla prova il Signore Dio tuo'.
La terza: il potere. 'Tutte queste cose ti darò se…' Tanto o poco, il potere ci affascina, ci fa sentire importanti, amati stimati, al centro dell’attenzione. Siamo più attenti al prestigio, a far vedere che ci sono anch’io, che ho un peso, che sono capace di risolvere i problemi, anziché mettere un pizzico di umiltà, di spirito servizio, di delicatezza, anziché guardare un po’ di più il cuore, dentro, non fuori; siamo ammalati di protagonismo! Anche nei nostri ambienti, eccome! 'Il Signore Dio tuo adorerai!'.
Gesù nel deserto sceglie la strada più impervia, avrebbe potuto sbaragliarsi di satana con un bel miracolo, con un prodigio per far vedere che Lui era veramente Dio: invece no, sceglie l’Amore, sceglie il Padre, sceglie noi perché ci ama da sempre e ci insegna che solo stando dentro le tentazioni, le crisi, solo attraversandole con la forza della sua Parola e del suo amore possiamo vincere.
Allora digiuniamo, sì, ma dal cellulare, dai social, da troppe parole, dai giudizi verso gli altri.
E aggiungiamo il silenzio, e l’incontro con la Parola.
Buon cammino nel deserto insieme a Gesù.
VI settimana del T.O. - 15 febbraio 2026
Cose 'dell'altro mondo'
'Vi è stato detto, ma Io vi dico'. Sta tutta qui la novità che Cristo è venuto a donarci. Vi è stato detto di non uccidere, ma anche solo il non amare è già uccidere nel cuore l’altro, rifiutarlo, escluderlo dai tuoi pensieri, dalla tua storia, affinché non nasca comunione: e ciò apre già la strada al diavolo, il divisore!
'Non commettere adulterio' ma Io vi dico: non adulterare, non alterare i rapporti con sorelle e fratelli, non renderli tuoi schiavi, non renderli a tua disposizione e non strumentalizzarli. Non solo nel matrimonio ma tra parenti, amici, compagni di viaggio.
'Non giurare', non serve a nulla se nel tuo cuore e sulle tue labbra c’è solo verità e non falsità. Mantieni le promesse che hai fatto e allora sarai leale, sincero come Dio e la gente se ne accorgerà e ti ringrazierà e capirà che in te non c’è alcuna falsità!
Sta tutta qui la legge di Gesù che porta a compimento, sviluppa, fa germogliare il passato, non lo elimina né condanna; invece noi siamo bravi o a demonizzare il passato, criticando tutto ciò che era prima di noi, oppure a non superarlo, a ritornare al passato, a rimpiangerlo dicendo 'come era bello una volta'! Gesù come un bravo contadino osserva il seme nel campo, sa che non è ancora germogliato ma sa anche che lì c’è già tutta la pianta e la spiga di grano che diventerà. Come un buon educatore sa che quel ragazzo non è ancora un uomo, non è ancora maturo, deve fare tanta strada ma lo segue, lo ama, lo ascolta ancora di più, se ne prende cura e gli sta accanto, cerca di dargli l’esempio finché anch’egli prenderà delle responsabilità, diventerà grande, non scomparirà il bambino/la bambina che era ma nascerà l’uomo nuovo, una donna nuova capace a sua volta di far crescere e nutrire altri.
Quella affermazione di Cristo: 'Ma io vi dico', che cosa diventa in me, in te? Come si traduce, come mi risuona nel cuore? Che bambino mi lascio alle spalle e che adulto divento? Quale fede da bambino e quale fede da adulto? Quale Vangelo ho lasciato alle spalle quale ho cercato; quale vita ho lasciato e quale sto costruendo? Quali opinioni ascolto e quale MA IO VI DICO sto cercando? Quale storia sto vivendo dopo che il Signore ha dimostrato di aver fiducia in me, dopo che mi ha donato il suo perdono, dopo che ha continuato ad amarmi anche dopo il mio rifiuto?
Ecco: quella affermazione 'ma io vi dico' è per noi sorella, fratello, per noi che spesso siamo ancora legati a quella legge antica comoda, fatta di sentieri ben tracciati e prescrizioni chiare, anziché avventurarci come Gesù nel deserto sconfinato dell’amore senza misura come il suo.
'Se stai presentando la tua offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te…' Non dice 'se tu hai qualcosa contro tuo fratello'. Tocca a te lasciare quello che stai facendo e vai a riconciliarti! Perché al primo posto viene quel fratello, quella sorella per la quale Lui ha dato la vita. E’ più importante della tua preghiera, del tuo sacrificio, del tuo lavoro!
Il predicatore degli esercizi spirituali ci ha detto: Dio è come una fontana che getta sempre acqua; noi dobbiamo solo mettere la nostra brocca sotto il rubinetto e riempirla. E quando hai bevuto o l’hai usata diversamente, basta attingere e avrai ancora acqua pura. Lui porta a compimento con l’acqua della sua grazia ciò che da tempo ha iniziato in noi e ci invita a pensare secondo quel 'MA IO VI DICO'. Tutti ti dicono che hai bisogno dell’acqua da bere, ma io ti dico che hai bisogno dell’acqua vera, quella dell’amore e della grazia di Dio nel tuo cuore.
O Signore Dio amante senza misura: la tua legge nuova con quel 'MA IO VI DICO' che ci porta in un altro mondo, è un invito, una promessa, uno stile nuovo che ci fa un po’ paura; meglio il nostro quieto vivere, meglio non farsi tante domande, meglio volare bassi e accontentarsi. Ma tu non ci stai al nostro basso cabotaggio, tu vuoi farci volare sopra le nubi, tu ci parli di un amore senza fine, tu ci insegni che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Donaci sempre di custodire nel cuore quel 'MA' come un punto di domanda, uno stimolo, come il desiderio di non accontentarci ma di cercare nuovi modi per diventare tuoi figli nel mondo.
IV settimana del T.O. - 1 febbraio 2026
In cammino
Non ce lo chiediamo mai se siamo felici, se chi vive accanto a noi è felice; Gesù lo chiede ai suoi e da una risposta inattesa, forte, apparentemente incomprensibile, ma che apre un mondo.
Certo il linguaggio è deciso, sembra assurdo, sembra che Gesù metta addosso ai suoi un peso enorme e soprattutto sembra che goda nel far soffrire la gente, altro che un Dio misericordioso!
Innanzitutto non dice felice ma beato, cioè in cammino, in piedi, pronto a partire, non ripiegato su se stesso. Beato chi è povero dentro, cioè bisognoso nello spirito, bisognoso di Dio, beato chi è nel pianto, non perché Dio sia felice quando siamo afflitti, ma perché vuol dire che c’è bisogno di una forza nuova per superare quel pianto, quel dolore, perché hai la possibilità di fondare la tua vita su qualcosa d’altro rispetto al nostro 'VA TUTTO BENE'.
Felice tu quando sei mite e affronti i violenti con mitezza, con serenità, non ti abbassi al loro livello, sai che dentro di te c’è qualcosa che ti salva sempre e fai capire che c’è un altro modo di vivere e di pensare, di reagire. Non hai preteso nulla nella vita, ora erediti il regno di Dio.
Felice tu quando al di sopra di tutto c’è la giustizia, che non è solo rispettare la legge, perché ci sono anche leggi che possono andar contro la coscienza: giustizia di Dio è considerare tutti fratelli e sorelle, rimettere al centro chi è emarginato, dare ancora speranza a chi l’ha persa, trattare tutti da figli di Dio e assecondare il vero progetto di Dio per l’uomo.
Felice tu quando sei ricco di misericordia verso tutti, in particolare verso chi non ti vuol bene: sei felice perché hai un cuore misero, un cuore da povero che non chiede nulla ma dona e si dona. Sarai capace di trasformare il male in bene, l’odio in dolcezza, la violenza e in perdono.
Felice tu se hai un cuore puro, semplice, non doppio, che non riesce a guardare gli altri con malizia e non vede il male nell’altro ma solo il bene; così ha fatto Gesù che ha perdonato fino alla fine chi lo stava per uccidere: nella debolezza sta la vera forza!
Felice quando hai la pace nel cuore e porti pace nel mondo: dove c’è una lotta, un contrasto, dove il diavolo divisore sta lavorando bene da tempo. Tu semina pace, aiuta a creare ponti di ascolto e fiducia e non fratture insanabili. Il cristiano non è colui che non fa guerra e non odia nessuno: il cristiano è colui che, quando 2 lottano e litigano, aiuta a mettere pace, porta serenità là dove c’è scontro.
Felice sei quando sei giusto, ma gli altri non lo accettano e ti parlano alle spalle e ti accusano ingiustamente: prima di te ci è passato il Cristo povero, servo, amante dell’uomo ad ogni costo .
Rallegrati allora perché sei in buona compagnia, l’hanno fatto Gesù prima di te, san Giovanni Bosco e tanti amici che erano felici di andare a cercare un amico, anche un nemico, di salvare un cuore disperso, a far festa pe r un peccatore ritornato a casa.
O Signore vero beato, veramente felice per la tua vita spesa e donata: il tuo nome da sempre è scritto nel cielo e anche il nostro è già scritto dopo che tu ci hai spalancato le porte del tuo regno. Sappiamo che la nostra ricompensa non sarà solo nel cielo ma è già qui, ora, perché siamo felici di seguirti, di riconoscerti nei fratelli e sorelle, siamo felici ogni volta che portiamo qualche croce non perché ci piace soffrire ma per venire dietro a te che l’hai accolta fino alla fine. Senza riserve. Allora vivremo non secondo la logica dei Comandamenti ma secondo le Beatitudini che ci fanno vivere già ora da risorti nel mondo.
III settimana del T.O. - 25 gennaio 2026
Periferie
Dopo essere stato in fila con i peccatori per annunciare loro la salvezza, dopo essere stato annunciato come l’Agnello che porta su di sé il peccato dell’umanità, dopo l’arresto del battista, Gesù riparte, non si ferma, va in Galilea, groviglio di popoli e etnie diverse; lascia la tranquilla Nazareth e parte, consapevole che non sarebbe stato facile, anzi che avrebbe trovato molti nemici. Tutti gli diremmo di lasciar stare, di aspettare tempi migliori, di lasciar passare la bufera, di stare in mezzo agli amici e non ai nemici, ma lui invece va a predicare e annunciare il regno: costi quel che costi.
Lui è la luce del mondo e la luce non può stare sotto il tavolo ma deve andare a illuminare il buio, le tenebre di cuori spenti, cupi, senza speranza. Per questo parte, inizia, cerca i lontani per dire loro che in realtà sono i più vicini perché liberi nel cuore, liberi di amare. E lasciarsi amare!
Dove va la Chiesa oggi, dover vanno i cristiani, dove andiamo a portare un annuncio, una salvezza, la novità, la bellezza del Vangelo, l’annuncio di tempi nuovi, la gioia di essere chiamati a far parte di questa famiglia, di questa comunità di salvati per salvare. Solo se andiamo nelle Galilee di oggi possiamo vivere questo Vangelo: qualche collega arrogante, quel parente nevrotico, quel genitore dell’amico di mio figlio, quell’anziano che abita vicino a me, quel gruppo troppo chiuso in se stesso. La Chiesa esiste per annunciare tempi nuovi, riscoprire la forza, la speranza che abita in noi e rendere partecipi coloro che non hanno ancora incontrato Gesù. Smettiamola di piangerci addosso, di rimpiangere il passato glorioso: il cristiano non si volta indietro, ma come Gesù guarda avanti, sempre, non perché siamo forti ma perché seguiamo il Maestro che cerca nuove strade per portare il regno ovunque.
Il Vescovo ausiliare di Milano Raimondi, all’incontro diocesano a conclusione del Sinodo, raccontava che un giorno era andato in carcere a parlare di speranza (come si fa a parlare di speranza a chi è in prigione ???): al termine dell’incontro chiede qualche parere e se qualcuno volesse intervenire; si alza un nord africano tatuato, con la cresta e dice: "Per me la speranza ha un nome: Gesù Cristo". Chi di noi ha il coraggio di dire così in mezzo ad amici e colleghi? Continua: "perché quando sono entrato in carcere i cristiani mi hanno aiutato: la suora, un prete, i volontari che mi hanno portato mutande, calze, magliette, qualcosa da mangiare, e tanta amicizia; ero solo come un cane e loro sono diventati la mia famiglia, i miei fratelli e sorelle e mi hanno parlato di Gesù. Ho chiesto il Battesimo e sono diventato cristiano".
Ecco cosa succede quando si diventa ‘pescatori di uomini’: è quello che accade a Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. C'è qualcosa di più bello rispetto a essere pescatori: puoi diventare pescatore di uomini. Tocca a noi seguire ancora oggi il maestro, tocca a noi chiedergli di riempire le nostre reti, di sfidare non il mare ma la mentalità di oggi, l’egoismo, la chiusura nella propria famiglia, nei nostri 4 amici, la nostra vita solita, senza scossoni, senza slancio. Se non partiamo da lui e se non camminiamo dietro a lui, non germoglieremo mai, non fiorisce niente, passiamo una vita a pescare ma non uomini, come se uno accendesse la macchina, accelerasse in folle e non uscisse mai dal garage per timore di sporcarla e fare un incidente. Ecco, rischiamo di essere cristiani così, della prima comunione, delle preghiere della nonna, di quando facevo l’animatore al Grest, o di quando facevo il chierichetto. Un dio dei vecchi e bambini, un dio del passato, un dio da vecchia soffitta impolverata, che ti crea allergia.
San Paolo invita i Corinzi e noi a non creare divisioni, lotte, contrasti, ma a restare uniti nella Chiesa e nel mondo. Il nostro compito nel mondo è quello di incollare le persone tra loro, unire, creare incontri, amicizie, gruppi: il demonio divisore vuole separare, noi vogliamo unire.
CONVERTITEVI infine è l’invito, l’appello, la chiamata: convertiti, cambia testa, cambia mente per fiorire e diventare pescatore di uomini. Venite dietro a me. Eccoci Signore, se ancora ci vuoi, fragili e deboli, feriti e ammaccati, eccoci. Pronti a raggiungere qualche periferia che tu ami tanto. Eccoci fragili come Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni eppure ancora disposti a diventare pescatori di umanità, a far germogliare tutta l’umanità che tu hai amato e per la quale hai dato la vita.
Eccoci , fai di noi nuovi pescatori di uomini!
II settimana del T.O. - 18 gennaio 2026
Su di sè
Ancora Giovanni il Battista ci annuncia la venuta, l’incontro: l’attesa è terminata, Dio mantiene le promesse e manda il figlio, il Dio con noi, l’Agnello. "Tu vieni da me?" si era chiesto domenica scorsa Giovanni, dimostrando lo stupore per quella venuta strana, insolita, in un modo non "da Dio".
Oggi lo riconosce, l’Agnello che toglie, che porta su di sé il peccato dell’umanità! Non viene come un re, come un leone feroce, come un giudice impietoso, non con poteri magici, non viene con eserciti, proclami e terrore: viene come agnello in mezzo ai lupi; ma soprattutto viene a togliere il peso, non ad aumentarlo, viene a pagare lui il prezzo con il sangue, come l’agnello il cui sangue ha salvato i bambini ebrei nella notte di Pasqua in Egitto con Mosè.
Viene a fare Pasqua, cioè a salvare non se stesso ma noi, ha già pagato lui il prezzo, noi dobbiamo solo ricevere, accogliere il dono e ringraziare se vogliamo e, ancora se desideriamo, fare come ha fatto lui, seguirlo, annunciarlo a nostra volta, diventare suoi discepoli.
Ma allora ci chiediamo: che cosa devo fare? Non devo più andare a Messa, pregare, fare del bene, leggere il Vangelo? Tanto ha già pagato lui tutto, io non devo meritarmi niente? Posso anche peccare, tanto paga tutto lui? Ci hanno sempre insegnato che devi fare il bravo, non devi commettere peccati, così ti meriti il suo perdono! E il Paradiso. Ma in questo modo non è lui che toglie il peccato, in questo modo siamo protagonisti noi e non la sua Parola, il suo sangue, il suo sacrificio. Giovanni ci dice semplicemente: "Lascia fare a lui, affidati a lui, devi solo spalancare le braccia e il cuore; non pensare di cavartela da solo, di riuscire a salvarti grazie al tuo pentimento". Certo serve un cuore che chiede perdono, ma la tua conversione arriva solo dopo che lui ha portato su di sé il tuo peccato, il tuo egoismo, dopo che lui muore ancora in croce per te, dopo che lui versa il suo sangue, dopo che lui si fa uomo, abbraccia la tua vita, accoglie anche i tuoi no, i tuoi rifiuti; ma non ti accusa, anzi porta su di sé il peso del tuo peccato e dice al Padre: "Padre, lascia ancora che ci provi, che dissodi il terreno, che lo concimi bene, che lo irrighi e vedrai che i frutti arriveranno!" E’ un Dio che sa di giocare in perdita con noi ma non rinuncia perché è fedele alla sua promessa. Questo è l’annuncio di Giovanni: "Ecco l’agnello: solo lui ti salva! Se vuoi vieni e seguilo. Lui era prima di me e di te, era insieme al Padre e con il Padre e lo Spirito hanno deciso di far entrare noi nella loro famiglia, noi che non abbiamo alcun merito.
Ma anche dopo che lui ci dona il suo sangue e paga per noi il prezzo del riscatto, noi rischiamo di continuare sulla nostra strada, di non curarcene, rischiamo di non ringraziare e di non seguirlo: non abbiamo imparato la lezione, non abbiamo capito niente e crediamo di non aver bisogno di lui ma bastiamo a noi stessi.
Il nostro mondo crede di non aver bisogno di Dio, almeno del Dio predicato da Giovanni: ci bastano i nostri propositi, ci basta dire che "non faccio del male a nessuno". Ma per dire questo, non era necessario che Gesù diventasse uomo e ci donasse la sua vita.
Giovanni dice che non lo conosceva: forse anche noi non lo conosciamo ancora. Conoscere vuol dire capire cosa ha fatto per noi e agire anche noi così: conoscere è una cosa del cuore, diceva s. Giovanni Bosco, non della testa e basta.
O Dio Agnello, ti desideriamo, vogliamo conoscerti e seguirti: non abbiamo ancora capito che paghi tu il nostro conto, porti tu il peso e non chiedi nulla in cambio. A noi piace di più essere lupi che non agnelli: fa’ che ti contempliamo in fila con i peccatori per annunciare la salvezza e per portare su di sé i mali dell’umanità. Conviene a noi seguirti e diventare tuoi amici e annunciare con la vita che tu sei il Dio per noi.
Battesimo del Signore - 11 gennaio 2026
Tu vieni da me?
Forse facciamo un po’ fatica a uscire dal Natale, a lasciare quelle parole, quella luce che ci ha invaso, i canti, i presepi nelle nostre case, quel desiderio di ritrovarci in famiglia, tra amici, per condividere un incontro, e chiederci come stai? Quanto Natale ti rimane dentro, quanta luce conservi e diffondi: purché non siano i soliti auguri scontati e vuoti; meglio 2 parole ma sincere e piene di affetto. Magari per dirci che questo Dio bambino è la vera forza che ci da ancora speranza!
Ancora Giovanni Battista ci parla oggi, come all’inizio dell’Avvento: "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?" Stupendo! Non l’aveva ancora capito Giovanni che questo Messia era diverso, nuovo perché stravolge le cose e il modo di pensare a Dio: annunciato da un angelo, nato da una ragazza sconosciuta, adorato dai pastori, riconosciuto dai maghi d’oriente, e ora in fila con i peccatori, in mezzo a loro ma per portare loro una bella notizia: Dio è con noi!
"Io ho bisogno di essere battezzato da te" dice Giovanni; lui sente il bisogno di essere immerso nella vita di Cristo, nella vita nuova, vuole rinascere dall’alto come Nicodemo, vuole essere salvato dalle acque come Mosè, vuole rinascere a vita nuova come la donna affetta da emorragia che viene risanata. Quanto bisogno senti sorella, fratello di essere risanato e battezzato ancora oggi dopo tanti anni? Quanto desiderio hai di lui, della sua Parola, quanto lo cerchi? Quanto ti sei messo in ginocchio davanti al presepe in silenzio? Quanto hai ascoltato l’annuncio dell’angelo? Quanto hai proclamato il Magnificat, l’inno di lode di Maria, quanto hai ripetuto le parole dell’angelo: "Ave o Maria, ti saluto, piena di grazia…"
Mi piace lo stupore di Giovanni, è molto evangelico e natalizio: "Tu vieni da me?" Gli chiede. Tu creatore dell’universo, vieni in un deserto desolato? Tu vero re, ti abbassi a nascere in una mangiatoia? Tu che accoglierai ogni disperato, sei profugo in Egitto? Tu vieni a farti battezzare, mentre io ho bisogno di te? Tu che guarisci i moribondi ti lasci morire su una croce? "Tu vieni da me?" si chiede Maria che diventa serva di suo figlio. "Tu vieni da me?" si chiede Giuseppe che sogna i sogni di Dio che gli chiede di accogliere Maria come sposa, perché ciò che accade in lei è frutto dello Spirito santo. "Tu vieni da me?" si chiede Adamo quando, dopo il suo rifiuto, Dio va a cercarlo non per punirlo ma per salvarlo.
"Tu vieni da me?" ci siamo chiesti nel Natale, stupiti ancora per La venuta di questo Dio nuovo, che inverte cielo e terra: Lui lascia il suo cielo per diventare uomo tra noi, con noi, per noi. "Tu vieni da me?" si chiede il ladrone in croce quando Gesù gli promette il paradiso, e scopre che questo Dio non si da pace finché una sola pecorella si è persa, finché un solo figlio non è tornato a casa.
Ecco che cosa produce il Natale di Cristo per noi: ci dona un Dio che cambia i piani e si immerge nella nostra storia e dall’interno, produce semi, germogli di pace , di speranza, di amore.
Forse non ci crediamo ancora, come Giovanni, che davvero è iniziato per noi un tempo nuovo: non più schiavi di un destino ostile,ma liberi di cercarlo, di rispondere a questo Dio, ma anche liberi di rifiutarlo e di voltargli le spalle come nuovi Erode che lo considerano un rivale, o un nemico.
Il cielo si spalanca e la colomba annuncia una pace nuova, una speranza nuova e ci invita a diventare pellegrini di speranza dopo il Giubileo: che ne facciamo dell’annuncio di questo Giubileo? Quanta speranza ci rimane? Come la alimento in me? Da dove nasce?
E’ lui il figlio amato nato per noi, affinché anche noi possiamo sentirci amati da Dio, oggi e sempre.
"Dio non fa preferenze di persone ma accoglie chi lo teme" dice la seconda lettura: non fa preferenze di popolo, di lingua, di classe sociale. Lui chiede solo un cuore che lo cerca, un cuore che si ritiene peccatore e va in fila con i peccatori nel deserto per iniziare una vita nuova con Giovanni; sei pronto a partire, ti senti così? Allora sarai anche tu quel figlio amato in cui Dio pone il suo compiacimento, quel figlio che piace a Dio, quel figlio per cui Dio nascerebbe ancora e andrebbe ancora in croce, oggi!
O Dio nato a Betlemme, sai a noi non piace tanto stare in fila con i senza tetto, con i migranti, in fila alla mensa Caritas o in una comunità di recupero o a cercare cibo in una discarica; eppure se tu nascessi oggi, andresti in questi posti, ancora in fila con i rifiutati della storia. Insegnaci a cercarti nei posti più insoliti, a stupirci per ogni volta che tu ti manifesti altrove: ci vuoi insegnare che tu sei presente ovunque dove c’è un cuore che ti cerca e ti desidera.